Le mani di mia madre

Le Mani di mia Madre

La casa è deserta quando entro. Un silenzio nuovo, a cui non sono preparata, ne abita ora le stanze.

Respira.
Respira.
Mi sembra ancora di sentirmi dire ad alta voce, entrando, “Nonna!” e poi cercarti, tra la sala e la cucina. Mi sembra di vedere le tue spalle mentre, seduta a tavola, sorseggi il tuo caffè. Quanto amavi il caffè nonna? Uno appena sveglia, ancora prima di aver messo i piedi per terra. Uno a colazione, e poi ancora altri, durante il giorno, ogni volta che lo desideravi e, sempre, quando veniva qualcuno a trovarti.
“Allora, cosa ti offro? Ti preparo un caffè?” chiedevi.
Se chiudo gli occhi, poi, posso sentire con chiarezza il tuo profumo quando mi avvicinavo per salutarti e darti tutti i baci che potevo perché mi eri mancata tanto.
Vivere lontano, nonna, non mi permette di venire a bere il tuo caffè ogni giorno, perciò adesso faccio scorta di profumo e di abbracci, così la distanza sarà meno penosa.
Nonna.
Te ne sei andata da più di un mese ormai ed io sono potuta tornare a trovarti solo oggi, non appena le disposizioni governative hanno autorizzato gli spostamenti anche al di fuori della regione di residenza.

Sono ancora sulla soglia.

Respira.
Respira.

Mi decido ad entrare, attraverso il corridoio e mi dirigo verso la camera da letto. Mi fermo sulla porta: tutto è immobile, persino l’aria. Ogni oggetto, anche il termometro e le pastiglie, si trova nello stesso posto: i resti di una vera e propria battaglia di cui riecheggiano i suoni. Il letto al centro della stanza, ora spogliato delle coperte, mi rimanda il senso di vuoto e perdita che rimbalza dentro.
Ad un tratto, una sensazione scivola attraverso la mia pelle, un ricordo appena accennato dietro agli occhi, qualcosa che non si palesa eppure si può sentire.

Respira.
Respira.

Infine, afferro con la memoria una sorta di lampo e ricordo quello scatto. La fotografia che mi ha mandato la mamma, un paio di mesi fa, scattata proprio lì, un giorno qualsiasi dei tanti trascorsi con la febbre, così alta che certe volte non riuscivano nemmeno a parlare. La mano sinistra intrecciata a quella della nonna, appoggiate sopra le coperte del letto che stavano condividendo dopo aver contratto il Covid.
Si intravede il tubo dell’ossigeno.
Adesso il ricordo è più distinto, le vedo, le loro mani unite, immobili dinanzi agli affronti della malattia, tese a rappresentare qualcosa di superiore, un legame forte e profondo che dice:
“Non ci separerai mai. Ciò che proviamo non ha misura, non conosce confine né sofferenza”. Quelle mani dicono: “Io sarò qui con te sempre. A farti compagnia. A parlarti, a consolarti. A tenerti”.

Non ce la faccio.

Respira.
Respira.

Mi siedo per terra perché mi investe il ricordo di tutti quei giorni e le gambe non mi reggono.

L’ultima volta che sono stata qui, mi hai guardata così a lungo che io non riuscivo ad andare via, volevo stare qui per sempre, con la tua coperta appoggiata sulle gambe, a farti compagnia, a leggerti tutte le storie che non ti ho mai letto, a darti tutti i baci che sarei stata in grado di darti per appiccicarti addosso il mio amore, per la mia paura di non vederti più.
Lo sapevi nonna?
Perché io no. Lo temevo, ma speravo.

Seduta sul pavimento, freddo, in questo luogo dove tutto ha avuto inizio, comincio a rivivere ciò che la mia famiglia ed io abbiamo affrontato negli ultimi mesi.
Ora non sono più lontana, al telefono, mentre guardo fuori in giardino e parlo con papà per avere aggiornamenti o bollettini medici. E, sì, lo so che per superare tutto e guardare al futuro, devo passare attraverso le mie emozioni, viverle da qui, affrontarle una per una. Sì, è l’unico modo per trovare sentieri nuovi che diano valore, dignità e senso a ciò che è accaduto durante la pandemia. In questa casa o nel mondo non fa differenza.

Quando arriva l’ambulanza a casa dei nonni, la mamma ha ormai l’ossigenazione a 85 e deve essere ricoverata.
I soccorritori non hanno risposte, non sanno cosa dire. Lasciano a Miriam, l’infermiera che da qualche mese ci aiuta nella cura giornaliera della nonna, un numero di telefono da chiamare, quello del reparto, quello a cui risponde una dottoressa.
Un numero di telefono.
Tutte le nostre risposte risiedono in un numero di telefono.
La nonna è rimasta sola, in questo letto divenuto troppo grande per lei, a combattere un nemico di cui non conosce il nome. Ferma in un altrove nel quale risuona la musica di un giradischi, quando, giovane sposa, ballava abbracciata a mio nonno Paolo.
Papà è a casa, in quarantena, in compagnia di un dolore che ha i tratti dell’impotenza, della separazione da un amore che ha tanti anni, ma che è uguale al primo giorno. Quello per la sua donna, sua moglie, la madre dei suoi figli, che gli ha riempito il cuore da ragazzi. Quando non sapevano nulla della vita, ma vibravano di speranze.
“Ho la febbre” mi dice un giorno al telefono “ma l’ossigenazione è buona, stai tranquilla. Sto bene. Dopo chiamo in ospedale per avere notizie della mamma”.
Mente.
Io lo so che stai mentendo e fingo di crederti, perché la paura fa un rumore così forte che non sento più la mia voce. Ti conosco papà: piegato dalla febbre, senza fiato, non cessi mai di aspettare ed accudire il tuo amore.

Me li ricordo bene quei giorni. Tutti. I pensieri mi ballavano furiosamente nella testa, ogni giorno. Cercavo di tenerli a bada, di incantarli travestendomi da sirena e cantando per loro. Di soffocarli con il cuscino, piena rabbia. Esercizio vano: tornavano sempre, accompagnati dalle emozioni più disparate. Dolore, solitudine, bisogno di aiuto, paura della morte mi si presentavano con il conto ogni mattina.

«Mamma quante siete in stanza?» le scrivo un giorno su WhatsApp.
«Quattro persone»
«Nessuno parla?»
«No amore. Qui nessuno parla, non abbiamo neanche il fiato per respirare. Nessuno si muove. Quella che sta meglio ha il marito in fin di vita due stanze più avanti. No, qui nessuno parla».
Piango disperata.
«Mamma…»
«Tesoro sii forte»
«Ci sto provando. Ti voglio bene»
«Anch’io Ale. Per favore, chiama tuo padre che è a casa da solo. Stagli vicino»
«Certo Mamma. Lo chiamo tutti i giorni, ci sentiamo spesso. Stai tranquilla».

Sono ancora seduta a terra mentre ricordo la conversazione.
Il letto di fronte a me. Un vento freddo mi attraversa l’anima.

Ho avuto paura di perderti, mamma.

Vestita di tutto punto, luminosa come l’alba sul mare, la paura mi picchietta sulla spalla. Saperti sola in ospedale mi faceva a pezzi.
Quel giorno lì, ho distintamente sentito il dolore di papà, lo smarrimento, l’angoscia. Quel giorno lì mi ha travolta la forza di questa malattia, il suo vero volto ed ho percepito ogni vita in bilico. Le voci dei medici che hanno messo in pausa le loro esistenze per salvare quelle degli altri, di quei cari soli e impauriti.
Seduta qui, per terra, posso riguardare in faccia la mia paura, immaginare le mani di mia madre e quelle della nonna. Il volto stanco di papà. La loro forza.
Tremenda.
Sincera.
Testarda.
Verso la vita, verso l’amore senza ragione, se non quella di esistere.
Posso riconoscere il futuro in quelle mani e in quel volto.

E allora capisco che è il momento, per noi che siamo rimasti e che siamo guariti, di riempire la parola “forza” con tutto ciò che questi mesi hanno significato per ognuno di noi.
Risate antiche. Ricordi.
Urla disperate o lacrime.
O forse abbracci e occhi e vita ostinata.
Per non dimenticare e per cominciare a costruire, ognuno, il proprio futuro rispettando ciò che invece, spesso, mettiamo da parte perché abbiamo fretta, perché siamo arrabbiati o perché le cose non sono come le volevamo. Dobbiamo conservare, stretto al nostro cuore, tutto ciò che ha senso per noi oggi, perché domani è tardi, non c’è tempo.
Il tempo è solo oggi, qui e ora.
Il mio significato risiede in quella fotografia. In ogni istante che ho vissuto e voglio ricordare, lontana ma consapevole, insieme alla mia famiglia. In quelle stesse mani che amo tanto. Nel pensiero di mio padre che, da solo, ha affrontato e vinto i suoi fantasmi. Nella sua forza.

Mi alzo dal pavimento: è giunta l’ora di andare, di lasciare andare.
Muovo i passi in direzione della porta d’ingresso. Sulla soglia mi volto e sussurro:
“Ciao nonna, mi raccomando riguardati” come le dicevo sempre per salutarla.
“Va bene. Ciao amore” mi sembra di sentirti dire, come facevi sempre.

Respira.
Profumo di caffè e baci.

Sorrido mentre chiudo l’uscio alle mie spalle.

 

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2 Commenti
  • Elisa
    Pubblicato alle 11:10h, 05 Giugno Rispondi

    La tua verità racconta di te e di te e di tutto il bello che hai.
    Grazie per farci viaggiare tra le tue parole

    • Alessandra Ferro
      Pubblicato alle 13:26h, 14 Giugno Rispondi

      Grazie TE, Elisa, per avermi accolta.

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