Le mani di mia madre

Le mani di mia madre

La casa era deserta quando Giulia entrò. Un silenzio nuovo, a cui non era preparata, ne abitava ora le stanze. La nonna se n’era andata da un mese ormai, ma, vivendo lontana, Giulia era potuta tornate alla sua città natale solo quando le disposizioni governative avevano autorizzato gli spostamenti anche al di fuori della regione di residenza.
Attraversò il corridoio e si diresse verso la camera da letto. Si fermò sulla soglia: era tutto immobile, come lo ricordava, come era sempre stato da quando i nonni si erano trasferiti lì vent’anni prima. Il letto al centro della stanza, spogliato delle coperte, le rimandava il senso di vuoto e perdita che le rimbalzava dentro.
Ricordò immediatamente la foto che le aveva mandato sua madre, un paio di mesi prima, scattata proprio lì: la mano sinistra intrecciata a quella della nonna, appoggiata sopra le coperte di quel letto, ora disfatto e spoglio, che avevano condiviso durante la malattia.
Si intravedeva il tubo dell’ossigeno.
Quelle mani unite rappresentavano un legame forte e profondo che pareva dicesse:
“Non ci separerai mai. Ciò che proviamo non ha misura, non conosce confine nè malattia”. Quelle mani dicevano: “Io sarò qui con te sempre. A farti compagnia. A parlarti, a consolarti. A tenerti”.

Giulia si sedette a terra e cominciò a rivivere, in quel luogo dove tutto era iniziato, ciò che lei e la sua famiglia avevano vissuto negli ultimi mesi. Non più da lontano, attraverso il telefono mentre guardava fuori in giardino e parlava con suo padre per avere aggiornamenti o bollettini medici. Sapeva che, se voleva superare tutto e guardare al futuro, avrebbe dovuto passare attraverso le sue emozioni, viverle da li, affrontarle una per una. Sapeva che quello era l’unico modo per trovare sentieri nuovi che dessero un senso a ciò che era accaduto durante la pandemia. In quella casa o nel mondo non faceva differenza.

Quando sua madre si era aggravata ed era stata ricoverata in ospedale, la nonna era rimasta sola, in quel letto divenuto troppo grande per lei, a combattere un nemico di cui non conosceva il nome. Il padre di Giulia, solo, in quarantena soffriva di un dolore che aveva i tratti dell’impotenza, della separazione da un amore che ha tanti anni ma che è uguale al primo giorno. Quello per la sua donna, sua moglie, la madre dei suoi figli, che gli aveva rubato il cuore da ragazzi. Quando non sapevano nulla della vita ma vibravano di speranze. Di lì a breve, si era ammalato anche lui: piegato dalla febbre, senza fiato, non cessava mai di aspettare il suo amore.
Erano stati giorni duri per Giulia, bui. Li ricordava bene. Tutti. I pensieri le ballavano furiosamente nella testa, ogni giorno. Aveva cercato di tenerli a bada, di incantarli travestendosi da sirena e cantando per loro. Di soffocarli con foga e, a tratti, rabbia. Essi tornavano sempre, accompagnati dalle emozioni più disparate. Dolore, solitudine, bisogno di aiuto, paura della morte: le si presentavano con il conto ogni mattina.

«Quante siete in stanza?» aveva domandato un giorno alla madre.
«Quattro persone»
«Nessuno parla?»
«No amore. Qui nessuno parla, non abbiamo neanche il fiato per respirare. Nessuno si muove. Quella che sta meglio ha il marito in fin di vita due stanze più avanti. No, qui nessuno parla».
Giulia era scoppiata in un pianto disperato.
«Mamma…»
«Tesoro sii forte»
«Ci sto provando. Ti voglio bene»
«Anch’io Giulia. Per favore, chiama tuo padre che è a casa da solo. Stagli vicino»
«Certo Mamma. Lo chiamo tutti i giorni, ci sentiamo spesso. Stai tranquilla».

Quelle parole ora, in quella stanza, le attraversarono l’anima come un vento freddo. Quel giorno aveva davvero avuto paura di perderla. Sapere che fosse sola in ospedale la faceva a pezzi. Quel giorno lì, Giulia aveva distintamente sentito il dolore di suo padre, lo smarrimento, l’angoscia. Quel giorno li era stata travolta dalla forza di questa malattia, dal suo vero volto e aveva sentito, dentro di sé, le mille vite in bilico. Le voci dei medici che avevano messo in pausa le loro esistenze per salvare quelle degli altri, di quei cari soli e impauriti.
Seduta lì, per terra, poteva riguardare in faccia la sua paura, immaginare le mani di sua madre e di sua nonna. Il volto stanco di suo padre. La loro forza.
Tremenda.
Sincera.
Testarda.
Verso la vita, verso l’amore senza ragione, se non quella di esistere.
Per Giulia, il futuro era in quelle mani e in quel volto.

“E’ il momento, per noi che siamo rimasti e che siamo guariti, di riempire la parola “forza” con tutto ciò che questi mesi hanno significato per ognuno di noi.
Risate antiche. Ricordi.
Urla disperate o lacrime.
O forse abbracci e occhi e vita ostinata.
Per non dimenticare e cominciare a costruire il domani rispettando ciò che invece, spesso, mettiamo da parte perché abbiamo fretta, perché siamo arrabbiati o perché le cose non sono come le volevamo. Dobbiamo conservare, stretto al nostro cuore, tutto ciò che ha senso per noi” pensava tra sé.
Per Giulia era tutto in quella fotografia. In ogni istante che aveva vissuto, lontana ma consapevole, insieme a loro.
In quelle stesse mani che amava tanto. Nel pensiero di suo padre che aveva affrontato e vinto i suoi fantasmi.

Si alzò dal pavimento: era ora di andare, di lasciare andare.
Mosse i passi verso la porta d’ingresso. Sulla soglia si voltò e sussurrò:
“Ciao nonna, mi raccomando riguardati” come era solita dirle per salutarla.
“Va bene. Ciao amore” le avrebbe risposto, lo sapeva.

Sorrise mentre chiudeva l’uscio.

 

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