Scrittura come ritorno a sé attraverso le emozioni

Dalle emozioni alle parole: la scrittura come atto di ritorno

Le emozioni sono spesso viste come fragilità, ma possono diventare risorse preziose. In questo articolo esploriamo il legame tra emozioni e scrittura come strumento per ritrovarsi, raccontarsi e creare connessioni profonde. Con Carlotta Barluzzi scopriamo come ogni emozione, anche la più scomoda, può trasformarsi in parola e diventare un punto di ritorno a sé.

 

C’è una stazione, nel viaggio di Voci come la mia, che profuma di intimità, di ritorno, di casa.
Un luogo in cui non si parla solo di parole, ma del battito che le precede, poiché è lì che nasce l’emozione — ed è sempre lì che nascono le storie.
Ed eccola, Carlotta Barluzzi, ad attenderci in piedi, sulla banchina. Mentre le persone salgono e scendono dalle carrozze, lei è lì, pronta ad accoglierci.

Coach evolutiva, counselor sistemico-relazionale, studiosa di intelligenza emotiva, costellazioni familiari e psicogenealogia, Carlotta è una guida che conduce con delicatezza nei territori dell’anima.

“Ti auguro di guardare il mondo attraverso il contatto con la tua interiorità, perché solo così puoi vedere la realtà nella sua essenza.”

Con lei abbiamo esplorato le emozioni come strumenti di ritorno a sé, definendole briciole di pane: piccoli segnali che indicano la via verso casa, quel luogo sacro e profondo che custodiamo dentro di noi.

Emozioni: segnali sacri, non fragilità

Carlotta ci ha invitato a riscrivere la narrazione dominante che ci vuole sempre performanti, sempre forti, sempre impeccabili. In un mondo che teme la vulnerabilità, lei ci ricorda che proprio nella vulnerabilità risiede il nostro potere.

“Abbiamo imparato che provare emozioni è sbagliato, che ci rende deboli. Invece, sono proprio le emozioni che ci rendono umani.”

Partendo dalla sua esperienza, Carlotta ci ha parlato di come la rabbia, la tristezza, la paurale emozioni più temute e spesso represse — siano in realtà messaggeri preziosi, strumenti per conoscerci e riconoscerci.
Non è semplice restare accanto a ciò che ci scuote considerato il fatto che siamo stati abituati a preferire la luce, a raccontarci solo quando abbiamo qualcosa di positivo da dire. Ma lavorare con le emozioni significa avere il coraggio di abitare la verità, anche quando non è comoda o non è facile da spiegare; e tuttavia essa ci appartiene ed abbiamo la responsabilità di ascoltarla con cura, senza fretta, senza giudizio.
In questo dialogo con Carlotta, sospeso tra emozioni e scrittura, riscopriamo una forma di ascolto profondo.

Scrivere per ritrovarsi

Una delle pratiche più potenti che Carlotta propone per riconnettersi con ciò che si prova è, guarda caso, la scrittura: scrivere per liberare, per osservare, per ascoltarsi. È proprio dall’incontro tra emozioni e scrittura che nasce il potere trasformativo della narrazione.

“Quando scriviamo, mettiamo nero su bianco ciò che sentiamo. Così le emozioni si radicano e iniziamo a vedere con chiarezza.”

 

Può essere un diario, un quaderno, una nota vocale: ciò che conta è trovare parole capaci di dare forma al nostro mondo interiore, così da costruire un ponte tra ciò che sentiamo e ciò che, forse, siamo pronti a condividere.
Carlotta ci invita a guardare alle emozioni difficili non come ostacoli da evitare, ma come portali, canali che ci mettono in contatto con la parte più viva e vulnerabile di noi; solo riconoscendo ciò che ci muove nel profondo, possiamo iniziare a raccontarci davvero. Non per esporci, ma per esistere con pienezza.
Ci sono emozioni che molto spesso ci mettono a disagio perché parlano un linguaggio antico, quello dell’anima, del corpo, dell’infanzia. E allora, per poterci raccontare davvero, abbiamo bisogno di tornare a quella voce nascosta.
Siamo stati bambini che hanno imparato presto a reprimere, a trattenere, a non disturbare. A leggere l’ambiente e scegliere silenzi. A sorridere quando avremmo voluto piangere, a essere bravi quando avremmo voluto essere veri.
Ma quel bambino interiore è ancora lì, non ha smesso di sentire e spesso, attraverso le emozioni che oggi ci spaventano o ci fanno sentire inadeguati, è proprio lui a parlarci.

Lavorare con le emozioni, come fa Carlotta, significa aprire un dialogo sincero con quella parte antica di noi, darle spazio, voce, dignità, non per rimanere ancorati al passato, ma per onorarlo e trasformarlo. Quando ci affidiamo a emozioni e scrittura, creiamo un ponte tra ciò che sentiamo e ciò che possiamo dire ed ogni racconto, anche quello più scomodo, può diventare seme di consapevolezza; ogni emozione accolta, una soglia verso una narrazione più vera.

“Lì dove c’è emozione, c’è una storia che vuole essere raccontata.”

 

Emozione: la parola da portare con sé

Il lavoro che ci attende è proprio questo:
• riconnetterci alle nostre emozioni,
• accettarle senza volerle cambiare,
• trasformarle in alleate del nostro cammino.
Lo strumento che possiamo usare è semplice e potente al tempo stesso: scrivere per ascoltare. E la parola-dono da mettere in valigia, da portare con noi nel resto del viaggio, lo avrai intuito, è Emozione.
Perché tutto parte da lì. E tutto, in fondo, torna lì.

Ringrazio Carlotta e la saluto, risalgo sul treno che è pronto a partire: non è ancora viaggio, ma non è più sosta. Mi trovo in un punto del tempo in cui ci si affaccia verso ciò che sta per iniziare, con la valigia piena di pensieri, e forse una parola che ancora cerca il suo posto.

 

Guarda l’intervista completa su YouTube

 

 

 

 

Alessandra Ferro Newsletter

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