12 Set C’era una volta una Parolaia..
.. che ora scrive per te.
L’amore per le parole ha radici profonde. Lontane.
Esse affondano nel ricordo di molti anni addietro, quando, sedicenne, giravo per le vie della mia città con i libri sotto braccio. Libri antichi che odoravano di amori narrati come di muffa. Mi dividevo tra la biblioteca civica e i mercatini, per scovare quell’autore, quello scritto, che mi avrebbe trafitto, ancora una volta, il cuore.
Allora non sapevo che tale amore sarebbe poi divenuto il mio mestiere: sentivo solo un incessante bisogno di leggere e tradurre in parole ciò che si agitava nel mio petto.
Allora ignoravo che questo amore così genuino si sarebbe rivelato, poi, una vera e propria vocazione.
“La vocazione è una tendenza connaturata, che può rimanere latente e inconsapevole anche per molti anni. Quando si manifesta diventa un richiamo irresistibile, che ci attira e ci indirizza, perché sentiamo che ci appartiene profondamente. (…) La vocazione è un’urgenza che non ha fretta. Il suo richiamo è un’eco che proviene dall’infinito. Ti appartiene e tu appartieni ad essa”.
Cit. “Ecologia Interiore” di D. Lumera e I. De Vivo
Le parole sono la mia vocazione, essere una parolaia come un destino, emerso, senza chiederlo, durante i giorni vissuti con le mie sorelle e che sono narrati qui.
Ma quali parole? E come? Parole in cambio di emozioni. Sì, sono una sorta di Hannibal Lecter in erba che mette in atto un singolare “Do ut des” che, nella sua accezione originale, significherebbe «do [a te] perché tu dia [a me]». Parafrasando: io do a te parole affinché tu possa provare emozioni.
“Risposte? No, non direi: io sono quella delle emozioni, non delle risposte”.
Sono partita da qui – e lo faccio ancora – da questa affermazione, quando non sapevo che cosa ne avrei fatto di tutta questa urgenza, mal di pancia di scrivere. Ho ritenuto sempre che non avrei potuto dire alle persone, scrittori in erba e non, come si scrive, come si traduce un’emozione, come si struttura un pensiero o un dialogo. No, perché, credo, che ognuno abbia il proprio vestito da tirar fuori dall’armadio e indossare e lo sceglie in base al messaggio che desidera mandare, l’impressione estetica che è sua intenzione donare.
Come posso io conoscere le sensibilità di ogni animo? Come posso io sapere cosa appartiene ad una vita e cosa no?
Ecco perché narro, anziché indicare, la moltitudine di emozioni, come di storie, contenute in quegli stessi armadi, nel risvolto di un abito, nella piega di un cuore.
C’è poi un altro aspetto, più beceramente pratico e meno evocativo del mestiere che ho scelto, sul quale ho dovuto mettere attenzione.
Qualche tempo dopo la pubblicazione del mio libro, cominciai a domandarmi come avrei potuto pagare le bollette fintanto che, come scrittrice, non fossi divenuta la nuova Baricco. Sapevo di non essere una copywriter per la natura stessa dei miei scritti, ma non sapevo davvero come avrei potuto rendere remunerativa questa inclinazione per la narrazione.
Infine un giorno – ora la faccio breve ma potrei scriverci un altro libro per raccontare tutta la vita che è passata di qui mentre capivo da che parte andare- dicevo, un giorno ho conosciuto un paio di professionisti notevoli, che si sarebbero rivelati decisivi per il mio futuro.
Mi riferisco a Francesco Trento e Fulvio Julita. In realtà la strada era stata già battuta da Alessandra Perotti: grazie a lei ho potuto percepire e confermare la possibilità, come la volontà, di diventare una professionista della scrittura.
Perciò decisi di leggerli, seguirli, acquistare libri ed anche alcuni corsi. Fu così che trovai, nascosto tra la polvere dei miei passati giorni, il desiderio di portare al mondo le storie, il piacere di leggerle e ascoltarle, la propensione a donare parole a chi non sa dove trovarle e come declinarle.
Ho iniziato così: uno buco nel muro, una porta nascosta che si apre, una terrazza spalancata verso un orizzonte nuovo, colmo di storie che meritano di essere narrate prima che svaniscano, che regalano bellezza al mondo e lo rendono più umano.
Che mondo sarebbe senza le vite raccontate? Lo sai, tu?
Il tempo è poi trascorso nello stare ferma ad ascoltarmi: intendevo comprendere e trovare quale fosse il modo per avvicinarmi alle storie delle persone e, poi, raccontarle. Credo sia importante trovare dentro di sé lo strumento, il prodotto o servizio, che ci rispecchia, ci descrive e ci permette di esprimere i nostri talenti. Per questo ho atteso fino a che non ho trovato, dentro di me, le declinazioni perfette per raccontare quelle storie che amo così tanto ascoltare, rubare, mentre guardo fuori dal finestrino della vita e mi sorprendo per la forza di ogni storia che incontro.
Tali declinazioni sono diventate i miei servizi di Ghostwriting, una sorta di traghetto che ti porterà da me, che sono la tua parolaia. In ciascuno di essi c’è tutta la cura, la dedizione e l’amore che nutro per le parole, il rispetto per te che leggi o che vuoi narrarti. Ogni servizio è pensato per essere cucito sulla tua persona, sulla tua storia, sul tuo progetto o lavoro o azienda, attraverso il quale porti il tuo dono al mondo.
Ho creato una nuova realtà, nella quale potremo dar vita ad un ulteriore e singolare Do ut des: tu mi regali la tua storia, io ritrovo le tue parole.




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